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12 Febbraio 2019

PAROLE CHE CURANO

UN VELO BIANCO PUO’ FARTI DIMENTICARE LE 48 ORE D’ARRIVO A LOURDES

La vita è un meraviglioso cammino il cui il dolore può comparire in ogni parte del corpo, la sofferenza dietro ogni angolo del mondo, è per questo abbiamo la grande opportunità di crescere, d’emozionarci, relazionarci con gli altri, proteggendo l’unica vera libertà che ci viene data, quella d’Amare. Amare sembra una parola tanto piccola e semplice, ma se ci soffermassimo di più ad osservarla può assumere una molteplicità di significati in relazione ad ogni sua sfumatura di colore. Amare significa soprattutto essere amati. Esistono strade infinite per questa unica ragione di vita, che regala sorrisi nelle nostre giornate, speranze nei nostri futuri, non rimanendoci mai soli. Ma assume un significato al quanto diverso quando abbiamo l’amore verso la fede, dato da  un forte legame per una signora vestita di bianco che si trova nella concavità di una grotta miracolosa. La padrona di quel paradiso terreste che ogni anno ci apre le sue porte  in una maniera sempre differente, conservando lacrime di gioia e cuori sereni quando siamo a pochi passi da Lei, sotto il suo infinito sguardo. In quel momento in cui non si ha timore di dar scoppio al pianto, anche se pensi che sia poco silenzioso, c’è Lei che ti spinge a farlo senza preoccupazione, senza incertezza, chiedendoti solo di direzionare i tuoi occhi verso il suo miracolo.
Ma quest’anno sembrava che quel momento non volesse mai arrivare, che il suo regno fosse diventato all’improvviso irraggiungibile da quei cinque treni bianchi provenienti da diverse regioni d’Italia, della grande e unica famiglia unitalsiana. Rimasti immobilizzati per ben quattrodici ore tra la stazione centrale di Genova, Torino e Ventimiglia a causa di una frana a Montpellier; quel treno speciale colmo da tante storie di vita diverse, d’interlocutori speciali e ascoltatori che riuscivano ad emozionarsi più di loro, cercando allo stesso tempo di darli forza  stringendoli quella mano spesso fredda. In quei scompartimenti dove ognuno parlava liberamente della propria storia, della propria malattia, ma soprattutto della propria devozione sempre più viva per la loro Mamma celeste; anche se spesso erano solamente gli occhi colmi di lacrime a parlare. Quella storia sempre nuova, piena, diversa che riusciva a farti vibrare l’anima. Cammini di vita rappresentati da cicatrici, sogni, paure, dolori, nuovi traguardi, nuove sfide, ma soprattutto di tante speranze per ammalati, sorelle, fratelli, pellegrini che ogni qualvolta riuscivano a farti suscitare in te emozioni sempre più intense. A volte era solamente un gran male interiore a venir fuori, per le tante risposte alle domande che non sono mai riusciti ad avere, e che per un forte motivo ora condividevano la loro nuova vita. Quei tanti “perché” e quelle tante maniche d’uncino che da quel tragico giorno non hanno mai saputo abbandonare il loro cuore ferito. Le stesse risposte che distrattamente cercavano e riuscivano a trovare solo ed esclusivamente negli occhi di chi si trovava seduto su una carrozzina, o paralizzato su una barella. Per chi vestiva di un corpo sofferente ma non gridava aiuto; di chi piangeva rassicurando di non essere sofferente. Il viaggio della speranza che dopo diverse ore di sosta forzata riprese finalmente il suo cammino verso la Beata Vergine che ci stava forse aspettando proprio quel giorno dopo dall’apertura del pellegrinaggio. Non penso che Lei non ci ha voluti quel primo martedì pomeriggio, ma attribuisco che a quella lunga e forte attesa ci sia tutto un suo modo essenziale d’accoglierci. Di quelle quattrodici ore, dove tutto sembrava ancora in bilico, non sapendo se avessimo proseguito il nostro viaggio dell’anima sfrecciando sui binari francesi o ognuno sarebbe rientrato nelle proprie case. Finalmente è mattina prima dell’alba, ecco che ci portano la seconda colazione, la seconda che  per quest’anno consumiamo  in treno prima dell’arrivo. Anche il latte macchiato da piccole gocce di caffè sembra di aver fretta d’essere bevuto; arriveranno giorni carichi, intensi, in cui non puoi concederti nemmeno un attimo in più nello stare seduto. Questa volta lo strido delle rotaie mi arricchisce di gioia facendomi dimenticare da quante ore ho messo piede su questo treno a Caserta. Arriva così il primo momento di gioia, commozione, vedendo quei tanti e primi fazzoletti bagnati che ognuno conserva a pugno nella propria mano; sentendo quel suono di  campane che inizia ad aprirmi l’anima. Ecco il vero paradiso terrestre che avevo lasciato!!! L’aria sembra essere sempre la stessa, serena, tranquilla, incantevole e solamente  un po’ più fresca, ma  un tenero raggio di sole ci abbraccia e riesce ad asciugare nello stesso tempo i primi e solenni pianti di gioia. Eccomi Mamma celeste!!! Grazie per avermi e averci voluto anche quest’anno fra le tue braccia, accogliendo da vicino le nostre preghiere, desideri, intenzioni; proteggici, guarisci le ferite più vive del nostro cuore. Dacci principalmente forza quando siamo afflitti da troppa rabbia.  Il vero miracolo di Lourdes, forse è proprio questo piangere, emozionarsi senza mai aver paura. Ma da Lourdes riceviamo anche ma soprattutto doni straordinari, regali inaspettati, sorrisi stampati a lungo nella nostra anima, abbracci e parole sottovoce che racchiudono la vera Amicizia. È il quarto anno di seguito che metto piede nel suo regno non so ancora quale sia il mio primo motivo principale, ma so che dal 2010 non mi sono più fermata. È un vivere di un pellegrinaggio sempre diverso, come i sorrisi e lacrime d’altronde, Lourdes non cambia ma cambiamo noi ogni volta che andiamo da Lei. La prima emozione di quest’anno è stata rivedere chi a distanza di due anni si trova ad indossare nuovamente quella sua divisa bianca, stando a servizio di noi ammalati. È di sicuro uno di quei momenti in cui capisci che non riusciresti mai a descrivere , di un pianto di gioia costruito da quel forte legame. Sotto quel velo e quella divisa bianca, ognuna rappresenta la piccola Bernardette nel servizio e nella carità.

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