PAROLE CHE CURANO

Vi parlo um pò di me

Ci vuole poco a parlare di sé quando l’interlocutore è proprio se stessi, diventa più difficile far sapere agli altri chi siamo, quando non conoscono il nostro vivere, le nostre abitudini, le nostre passioni, i nostri veri viaggi di vita. Quel viaggio che solo il destino saprà definirci turisti di meravigliosi luoghi o persino d’amare mete. Il destino, sì il nostro destino. Tutto ebbe inizio in una calda giornata d’estate, quando decisi di vedere per la prima volta la luce del sole, quando le mie piccole orecchie iniziarono a bisbigliare quei primi, piccoli e  agghiaccianti suoni della sala operatoria dove avvenne il meraviglioso miracolo di vita.  Era il 13 agosto 1987 quando abbandonai il soffice grembo di mia madre, quel piccolo mondo che non mi faceva paura, non mi soffocava, non mi creava nessun ostacolo alle mie giornate. A dirvi il vero quella mattina, feci un po’ di capricci a venir fuori, che i medici non sapendo più che fare, forse  anche loro un po’ sconfitti da come si stava presentando il parto, ritennero opportuno l’uso della ventosa. Sì mi piace pensarlo così quello che avvenne in quei pochi istanti. Un passaggio, una manovra che nell’arco di tempo meno di cinque minuti, contrassegnò un cammino di vita diverso, speciale. Non il cammino di qualunque, ma il mio cammino. L’enorme porta di ferro che divideva la sala operatoria dalla sala d’attesa, dove c’erano i familiari ad aspettare la lieta notizia, quella mattina era come facesse fatica a spalancarsi.  Soltanto dopo una lunga attesa e per certi aspetti angoscianti minuti, la porta si aprii ma questa volta non uscì nessun camice verde con il fagottino in braccio avvolto nelle asciugamani bianche.Spiegarono a mio padre che  durante il travaglio c’erano state delle complicazioni e che ora mi trovavo nell’incubatrice del reparto di sopra. Fortunatamente quella culla dalle pareti trasparenti mi ospitò soltanto per due settimane, quando i medici fiduciari del nuovo bollettino medico, assicurarono  che i miei polmoni potevano ora come ora respirare la vera aria di vita. Fu così che ebbi il primo contatto materno, tutto l’amore che solo una mamma può provare tenendo la sua piccola tra le braccia. Quel momento che per ogni mamma resta indescrivibile, che per mia madre si prolungo soprattutto nella sofferenza. Quell’abbraccio di lacrime di gioia e di dolore, che da quel giorno sarebbe rimasto sempre o se mai moltiplicato, così caldo, così forte vedendo la sua primogenita indifesa da tutto il mondo esterno. C’erano dei genitori molto fiduciosi, che avrebbe lottato per ogni mio diritto, protetto ogni mia difesa. Che paroloni arrivarono a quella giovane coppia, che meno di un anno di matrimonio si trovarono ad affrontare quelle giornate, piena di paroloni piuttosto oscuri, difficili  anche da ripetere; che riportano sulla mia cartella clinica tale diagnosi di Tetraperesi  spastica

Ero ancora troppo piccola, per poter dare una giusta spiegazione e un senso a tutto; sul perché senza nemmeno aver spento la mia prima candelina, dopo diverse visite specialistiche e day hospital, i miei quasi tutte le mattine mi accompagnavano in un’enorme struttura che bisbigliando, chiamavano “Centro”. Iniziò così per me un percorso riabilitativo, abbastanza duro per i primi tempi, dove in alcuni mesi dell’anno continuano tutt’ora. I ricordi delle prime sedute di fisioterapia e logopedia mi tradiscono di grosso lasciandomi un immenso vuoto. Ma da come a distanza d’anni mi raccontano, i veri e assoluti protagonisti per i primi tempi sono stati pianti, strilli e vomiti. Tanto che la signoria delle pulizie ci aveva fatto quasi l’abitudine, dopo i primi cinque minuti di terapia, già si trovava dietro la porta per poter difettate il  pavimento. Oltre a quei fulminanti momenti, non passarono inosservato i miei spediti capelli dal riccio biondo; dove il più delle volte la mia fisioterapista a fine trattamento si divertiva in una delle sue acconciature preferite. Venni sopranominata la bambina “dai riccioli d’oro”, che appena entrava in stanza scatenava l’inferno. In un certo senso avevo trovato anch’io una vera forma di autodifesa, di ribellione. Gli anni passarono soprattutto in quell’enorme struttura, che avevo fatto l’abitudine pronunciare sulle labbra dei miei sotto il nome di “centro”. Bruciai così le prime tappe dello sviluppo psicomotorio, conquistando a poco a poco un buon autocontrollo del mio schema corporeo, che grazie anche al successo di un’operazione fui capace di mettermi in piedi, iniziando a fare man mano i primi passetti. Mentre nell’altra stanza iniziavo la corretta articolare dei primi fonemi, ed esercizi bocca-linguali per mettere in funzione o meglio risvegliare i muscoli della bocca. Mi hanno sempre definita una piccola guerriera, ma dentro di me cercavo di avere o meglio di trovare delle specifiche risposte a quelle prime maniche d’uncino. Perché quel bambino correva nei prati ed io riuscivo a malapena a  stare appoggiata al muro, riuscendo solo a guardarlo  da lontano, o  perché lui parlava liberamente con i suoi coetanei, ed invece io in quelle poche volte che intervenivo, dopo avermi mostrato la loro faccia da ebete scappavano via ridendo. Tutte quelle risposte, che come immaginate non sono mai arrivate del tutto, ma che solo grazie al supporto dei miei genitori e alle persone che mi hanno donato un pezzettino della loro anima sono riuscita a superare. Non potrò mai dimenticare uno di quei tanti ricoveri,  e di quel pagliaccio dal naso rosso che cercava in tutti i modi di strapparmi un sorriso in quei sofferenti tempi d’attesa. Allora ero già un po’ più grandicella per poter dare una maggior consapevolezza alle mie difficoltà, e sul perché gran parte della giornata ero prigioniera di determinate mura. Quel pomeriggio, che per ragioni  ovvie non potrò mai dimenticare, me ne stavo in angolino della sala d’attesa ad aspettare che qualcuno dietro quella porta usciva per poter gridare il mio cognome a voce alta. All’improvviso  vidi che quel naso rosso il quale riesce ad indovinare sempre la giusta medicina per la cura dell’anima,intravedendo tutte le sedie erano occupate, si fece spazio sul tavolino delle riviste. Senti la sua voce che mi diceva: “posso regalarti una cosa?”.  Ma avevo tanta di quella rabbia dentro riuscii solo d’alzare le spalle verso l’alto. Mi supplicò di aprire la mano e di chiudere gli occhi contemporaneamente e di aprirli solamente quando mi avrebbe richiuso la mano a pugno. <<Ho finito, puoi riaprirli>> mi disse, puoi aprire gli occhi. Nella mia mano si trovava un cuore di vetro o meglio di un materiale simile, promettendogli di tenerlo stretto nei momenti più bui della giornata, perché quel cuore mi confessò nascondeva un’interessante segreto. Una volta stretto tra le mani emanava un calore che mi avrebbe aiutata a non aver paura e  ritrovare quella nuova aria di serenità. Per fortuna oltre a quei pomeriggi noioso e piccole trasferte a Roma, anche per me ogni mattina aspettavano i banchi di scuola, i compiti, le interrogazioni programmate. Perfino lì ho dovuto lottare per poter aver un programma di studio come tutti gli altri, per poter essere valutata alla pari di qualunque alunno che si trovava in quell’istituto. Odiavo i compiti semplificati, mi piaceva mettermi in sfida ogni nuovo giorno per tutto quello che c’era da imparare; forse l’unica cosa che davvero mi differenziava dagli altri era quella d’avere una maestra più. Una maestra speciale. Colei che mi avrebbe aiutata a scrivere quando la mia mano si sarebbe stancata, colei che mi avrebbe spiegato una volta in più quel nuovo esercizio di matematica. L’ultimo scontro lo ebbi al primo anno di scuola superiore con il professore d’economia, che solo vedendomi, perché secondo lui non era il caso che io seguissi lo   stesso programma di studi. Dopo solo cinque anni, consegui il diploma di tecnico della gestione aziendale come qualunque alunno di quell’istituto con risultati soddisfacenti. Ora le mie giornate sono tutte dedicate a quel mondo che mi riserva abbastanza soddisfazioni ed emozioni sempre più vive; il mondo della scrittura. Quell’universo che al dirvi il vero, non l’ho riconosciuto fin da subito; anzi per parecchio tempo l’ho tralasciato, ignorato. Non pensavo che la scrittura potesse essere una delle mie armi migliori, per dar sfogo a tutte le sensazioni ed emozioni racchiuse nella mia anima. Solo con il passar degli eventi che hanno riportato cicatrici e sorrisi nella mia vita, mi ha sempre più convinta che nascondesse qualcosa di misterioso. .

Il mio rapporto con Dio è un legame come tutti quanti gli altri che sono uniti da una fede, naturalmente anch’io vivo i momenti di sconforto ma non ho mai rinnegato a Dio di donarmi un cammino differente, con meno salite e più discese. Se non avessi vestito questi abiti, sono dall’opinione che non avrei incontrato determinate persone, non avrei calpestato determinati luoghi per  poter capire il vero valore di vita. Di sicuro alla domanda: “come come vedresti il tuo cammino senza disabilità?”. Ho paura persino ad immaginarlo, sarà sicuramente monotono, senza amici, senza particolari viaggi, non ci saranno momenti di silenzio dove sono i miei occhi a parlare, e non ci saranno persone che entreranno silenziosamente nella mia anima. Non avrei conosciuto il mio amico Matteo con cui negli anni è nata una forte amicizia, riempiermi ogni giorno del suo affetto ma che ora purtroppo da una ventina di giorni è diventato il mio angelo custode.  Non avrei incontrata la mia Gemy, che le voglio un bene dell’anima che conosce ogni mio stato d’animo, standomi accanto stringendo quella mano spesso fredda che ha qualche piccola paura.

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